lunedì 29 giugno 2009

OUTING #4

Con buona pace di Flaubert la mia educazione sentimentale non ha mai vissuto battelli e tramonti, ambizioni parigine, feticismi tricologici.
Ma:







Molto più equilibrio ed ironia, minimalismo e malinconia lieve.
Sfumature della quotidianità ampli(fic)ate nei significati e nelle intenzioni.
La surreale definizione delle mie emozioni passa attraverso le consuetudini narrative dei cartoni animati degli anni '80.
Sarebbe quasi imbarazzante se non ne andassi così fiero.

domenica 28 giugno 2009

LA CITTA' CHE GLI DEI VOGLIONO DISTRUGGERE

Parlo sempre male della mia città.
Un po' per posa, un po' per realtà dell'offerta.
Qualche volta, però, arriva una zampata a ridimensionare colpe e pregiudizi.

Il che, per me, equivale a dire che Nick Hornby viene a presentare il suo ultimo libro nella stessa biblioteca dove ho imparato a leggere e a (non) studiare.
Con la differenza, o il valore aggiunto, che Gianluca Morozzi scrive e parla in italiano, ascolta gli Afterhours e, soprattutto, colleziona più fumetti.

Tutto succede mentre mi affanno per un esame che quest'anno cade a fine luglio, quando il caldo si attorciglia alla testa e il richiamo del mare è più forte dei miei abusati sensi di colpa universitari.
E se pensate che tutto questo c'entri poco o niente con l'autore di cui sopra è perché non avete letto L'Abisso.

mercoledì 10 giugno 2009

ALL'APICE DEL MIO MASOCHISMO


Oggi ho ripreso in mano Carneade.
Sembrava quasi di stringere tra le braccia il figlio di uno sconosciuto: un misto di tenerezza, disagio e necessità degli eventi.
Ho riaperto il file dopo diverso tempo durante il quale, vigliaccamente, ho dormito nel letto di Stagioni.

L'idea si è mantenuta solida e fresca, in compenso le parole non sono invecchiate con me: davvero troppe, quelle che non riesco più ad accettare come attuale parte di me. Ad ogni modo i personaggi funzionano ancora, forse le caratterizzazioni sono un po' troppo estreme e definite, ma ne subisco ancora il fascino e la voglia di raccontarle.

Nel frattempo: è morto Carradine, un aereo si è sparpagliato nell'Atlantico, vivo con un certo europeistico imbarazzo il mio essere italiano.

Oggi ho ripreso in mano Carneade, dicevo. Vorrei poter dire lo stesso della mia carriera universitaria, della mia vita sentimentale, della mia realizazzione professionale... ma Carneade è una storia di adolescenti che inciampano, non un romanzo di fantascienza.

martedì 2 giugno 2009

ANTICHRIST

Lars Von Trier ha scelto il conformismo della provocazione.

Dopotutto chi fonda il Dogma 95 e poi gira un film come Dogville vuol dire che si diverte un sacco a spiazzare lo spettatore con il suo bluff di classe.
Il punto è che io, impegnandomi neanche poi così tanto, riesco ad essere sufficientemente presuntuoso da intuire con altrettanto anticipo le sue intenzioni.
Senza contare che, ed è bene confessarlo fin da subito, reputo Von Trier abbastanza antipatico da meritarsi ogni singolo fischio che la giuria di Cannes gli ha tributato.
Ma non per questo film.

Con Antichrist siamo dalle parti del dramma esistenziale, prima ancora che dell' horror pornografico con cui astutamente il regista ha piazzato il film nei botteghini.
Si parla del dolore e del piacere. O meglio: del piacere che genera dolore da esorcizzare col piacere che si trasforma in dolore.
Ampio spazio viene dato alla psicanalisi di chi si aggrappa alle razionalità supposte della scienza per sfidare, ma infine subire, l'anarchia malvagia della natura umana fatta di dolore, ansia e disperazione, generate dalla morte e che nella morte trovano logica conclusione.

Un film profondamente misogino, inutile negarlo:
La natura è inevitabilmente malvagia.
La tana della volpe, regina del caos, è un utero.
E la donna è una strega, che come Eva tenta Adamo e come l' Anticristo lo costringe al male. A perdersi. Vittima e carnefice, dalla volontà di colpa e di innocenza, con un' urgenza sadica masochista che la scuote lungo l'intero percorso di redenzione alla coscienza del proprio peccato.

Certo, poi ci sono la fotografia, l'editing, gli eccessi formali e un' estetica preziosa e inarrivabbile.
Ma in Lars Von Trier, mi ripeto, sono ormai conformismo della provocazione.

CHI NON SALTA...

La mia scrivania ha un perimetro ridotto.
C'è poco spazio per tutto: anche per i luoghi comuni della fantasia.
Il computer ronza e surriscalda l'ambiente: vive e respira, appendice di me.
Nei cassetti ci sono i racconti della mia adolescenza e un profumo diffuso di Big Booble panna e fragola, le stesse che perdevano sapore dopo i primi tre succosissimi morsi, portandosi via tutte le otturazioni.
Nel portapenne dorme una Bic 4 colori, quella per gli autografi e le dediche, successivamente (realisticamente) declassata a mansioni di stenografia universitaria e, in entrambi i casi, ancora piena di parole rossenereverdiblu.
Il calendario fermo a gennaio: ogni anno, il 31 dicembre, mi ostino a inchiodarlo al muro, per riscoprirmi ogni volta troppo pigro anche solo per voltare pagina.
Inchiostro, immagini e suoni, dalle pareti, a piovere sulle mensole.
Affannati e stanchi.

Il trucco credo stia nell'imparare a non fermarsi.
A non concedersi troppo tempo per pensare.
Quanto qualcosa manca.

giovedì 14 maggio 2009

STAGIONI #13

Da domani sarò a Torino per presentare e presenziare l'uscita di Stagioni.

Presumo presso lo stand di O.M.P. edizioni.

Se tutto va bene, del libro saranno stampate due versioni con relative tirature: una di formato gigante apposta per la fiera e un'altra di dimensioni leggermente ridotte per la distribuzione nelle librerie e nelle fumetterie.

Stagioni è pubblicato con licenza di copyleft.
O.M.P. non è un editore a pagamento (tengo a precisarlo con un certo orgoglio) e il libro ha un prezzo molto contenuto per gli standard editoriali del genere. Sarà inoltre scaricabile, gratuitamente e legalmente, in formato PDF.

La produzione e post-produzione è durata più di due anni.
Un po' per inesperienza, un po' per mancanza di tempo, un po' per il sovrapporsi di congiunture astrali sfavorevoli.

Alcune cose si potevano fare meglio, altre sono state fatte al meglio. L'importante, in ogni caso, è stato riuscire a portare a termine il progetto coordinandone i suoi molteplici aspetti.
Esperianza indubbiamente formativa sia dal punto di vista umano che professionale.

Ora comincia un discorso promozionale, sicuramente necessario e che per indole non mi appartiene.
Ma in fondo, anche la fiaba, era una narrativa che mai avrei pensato di affrontare editorialmente.

lunedì 4 maggio 2009

IL PAESE È REALE?



Manuel Agnelli promuove l'ensamble de Il paese è reale sottolineando un certo e generalizzato torpore popolare di oggi rispetto ad un contesto indie, quello dei 90, più profondamente radicato tanto nei gusti quanto negli acquisti.
Per intenderci, il riferimento obbligato sono realtà come Mescal e Consorzio Produttori Indipendenti.
Eppure, la scena alternativa italiana ha prodotto materiale di indubbio valore anche in tempi relativamente recenti.
I nomi coinvolti nel suddetto progetto sono pronti a testimoniarlo: Dente, Teatro degli orrori, Angelini, Marta sui tubi, Zen Circus, Calibro 35...
Perché non c'è allora una reazione di pubblico altrettanto marcata ed evidente nonostante la qualità della proposta?

Credo che la musica, negli ultimi anni, con eMule, Torrent e più in generale la rete dei vari Tubivostri e Spazimiei, abbia raggiunto un livello di emancipazione e diffusione sproporzionato alle capacità di assorbimento dell'individuo.
L'obbligato freno economico cui dieci anni fa costringeva l'acquisto di un disco, imponeva all'adolescente che ero una selezione forzata degli artisti e sottintendeva dei tempi di ascolto calcolabili sull'ordine dei mesi.
Una fruizione qualitativa prima che quantitativa.

Oggi è il contrario.
E questo indubbiamente influisce sulla diffusione reale di un prodotto discografico.
Perché, se diventa facilmente e immediatamente reperibile l'ultimo disco del fenomeno indie del momento, non sarà altrettanto scontata, e soprattutto concreta, la sua digestione.

Il bombardamento continuo di novità cui siamo forzatamente obbligati dalle nostre inquietudini (anche se questa è psicanalisi spicciola facilmente riconducibile al delirio compratorio), democratizzerà la musica, ma a scapito dell'ascolto.

martedì 7 aprile 2009

BISOGNA TROVARE LE PAROLE GIUSTE, LE PAROLE SONO IMPORTANTI

... e a volte sono tutto quello che ci resta.

Perché sopravvivere a se stessi non è mai facile.
Non tanto per coerenza e neppure per necessità.
Semplicemente per senso di inadeguatezza.
O per una diffusa e percepita insicurezza.

Non mi piace giocare con le rime, ma lo faccio spesso.
Come una partita a shangai tra suoni, sillabe, accenti e significati: riuscire a spostare un elemento senza muovere gli altri, altrimenti si cede il turno all'avversario.
E la realtà è un nemico affilato: colpisce ai fianchi per spezzare il fiato, costringe a giocare di gambe per schivare i colpi.
Il ring è il cuore, a volte il cervello.
E la parola, quella giusta, è un montante vincente.

Ho bisogno di far danzare le parole.
Mi aiuta a mettere in prospettiva situazioni ed emozioni.
A sentirmi meno impreparato.

martedì 10 marzo 2009

MONETE

Negli anni ho maturato una certa tolleranza verso l'intrattenimento che nell'intransigenza tardo-adolescenziale mai avrei pensato possibile.
Credo sia un'urgenza di leggerezza che per indole non mi appartiene.

lunedì 23 febbraio 2009

NEANCHE UN GRAFFIO DI LUNA NEL CIELO

- Il problema in Blackout non è tanto la voce di Guccini, che a quella siamo ormai abituati, ma un'idea di fondo a suggerire che per liberarci dall'ingombro del reale deve intervenire un sopruso dall'esterno, artificiale e indipendente dalla nostra volontà. Capisci? Non siamo più in grado di forzare l'immaginazione. Di costringerci alla fantasia.
- Chiudiamo gli occhi solamente per dormire: senza margine di consapevolezza. Soltanto inerzia biologica. Neanche più la paura.
- Quand'ero piccolo, nel cinema, dissolvenze acquose introducevano un momento onirico del quale avevamo inequivocabile coscienza. Negli ultimi anni, invece, gli stacchi di sequenza si sono fatti via via più impercettibili: soltanto lavorando di logica, e molto spesso a posteriori, riusciamo a intuire che da un preciso momento in poi il raccontato è stato spostato sul piano dell'immaginazione.
- E non è neppure una vaga questione di romanticismo e poesia: l'abusato “spegnere le luci per accendere le stelle”. Perché sarebbe comunque una forma di dipendenza dal tangibile che si allontanerebbe dalle nostre intenzioni dialettiche.
- È un attimo convincersi che dei cinque sensi, la vista è il più indispensabile, ma ci vuole uno sforzo minimo d'introspezione per capire che la luce e il buio dovrebbero essere una scelta specifica e intenzionale.
- Come un interruttore nel cervello?
- Precisamente. Senza che sia l'abitudine a scegliere per noi quando interrompere la realtà.