giovedì 16 febbraio 2012

LA MEMORIA È UN INGRANAGGIO COLLETTIVO

Ieri ho finito di leggere La profezia dell'armadillo di Zerocalcare.
È la ristampa di un volume uscito nel 2011: centocinquanta pagine che mai avrei scoperto senza questo blog, il cui autore ha deciso di produrre il volume.

Ora, il valore dell'opera è indiscutibile: si ride, si compartecipa e ci si commuove nel seguire le vicende paranoico-adolescenziali del protagonista in una sorta di percorso autobiografico universale, ma al tempo stesso minimale e surreale. Graficamente perfetto e funzionale al raccontato.
L'autore è dei primi '80, e l'opera è un'esplosione di citazioni e topoi dell'immaginario collettivo di quegli anni.

La cosa ha portato a tutta una serie di considerazioni cui non avevo mai prestato orecchio.
La filmografia di Kevin Smith, Fan Boys o Player one, molta altra narrativa (a fumetti e non) degli ultimi anni (ma già partendo da Sclavi e dalla banda dei Sardi), serial televisivi e produzioni cinematografiche, partono sempre più spesso dal presupposto di un target radicato in un preciso contesto culturale di riferimento, rinunciando alla ricerca di un approccio più trasversale.
Questo crea immediata empatia verso dei personaggi con cui si sono condivise situazioni ed emozioni, come in una sorta di tacito accordo tra l'autore e il fruitore dell'opera. È un procedimento abbastanza logico che, maneggiato con cura, diventa valore aggiunto e ingrediente fondamentale nei processi di caratterizzazione ed immedesimazione. Garantisce anche, commercialmente parlando, la certezza dell'appeal su una fascia certa di pubblico.
Parallelamente mi chiedo quanto tutto questo possa essere fruibile al di fuori della più o meno ristretta cerchia di coloro che riusciranno a cogliere i riferimenti popolari cui il prodotto strizza l'occhio e su cui basa buona parte del coinvolgimento che ne deriva.

Quanto è di contorno e trascurabile per alcuni, diventa il nocciolo della questione per altri.

Già.

domenica 1 gennaio 2012

NOTARE QUELLO CHE VEDI TUTTI I GIORNI

Quest'anno ho scritto poco, studiato ancora meno, suonato quasi per nulla. Tutto sommato, dunque, posso ancora ritenermi uno scrittore, se non altro per esclusione. Che le velleità, almeno, aiutano a scopare.
La qual cosa mi porta direttamente al disco de ICani che direi meritarsi il podio dell'ormai consueta classifica di fine anno, musicalmente parlando.

E, per amor di cliffangher con la band in questione, nel 2011 ho scoperto David Foster Wallace e i suoi intrecci surreali, caustici, post-modernisti: ritornerò con più calma sull'argomento che merita davvero di essere a lungo approfondito.

Di fumetti, al solito, ne ho letti parecchi. La quarta stagione di John Doe ha regalato una qualità media altissima per tutto l'anno e il suo essere produzione seriale aggiunge ulteriore valore e chiave di lettura alla mia valutazione.

In tv, nulla da segnalare, deluso da molti nuovi telefilm, ho ripiegato sull'usato garantito: la seconda serie di Walking Dead, se possibile, è ancora più bella della prima e, anche se siamo ancora a metà strada, la settima puntata difficilmente sarà dimenticabile al momento della valutazione finale.

Resta il cinema e Gipi chiude il cerchio, riportando il tutto nuovamente alla carta:

martedì 18 ottobre 2011

PROUST

Meno scrivo e più cose succedono. Non so quale dei due mali sia il minore.
C'è pure il fatto che non so neppure bene da dove cominciare.

Dopo il Signor Bonelli se ne è andato pure di Steve Jobs, che meno ha contribuito alla mia formazione, che ha creato una setta intorno a un marchio, che ha il suo bel bagaglio di luci, ombre ed incoerenze le quali tutti sembrano dimenticare, ma sui cui strumenti ho lavorato, giocato, comunicato, creato e ragionato per anni.

Nevermind ha compiuto vent'anni e ci sono dieci motivi più uno nascosto per ricordarlo come il disco più importante della mia vita di adolescente sfigato.
E, a tal proposito, oggi come oggi, i nerd, quelli con gli occhiali da finti nerd, sembrano essere uno strano paradosso dell'autodeterminazione... ma vanno di moda e per una volta mi sento anche io (faticosamente) cool.

Quest'estate, invece, ho scoperto che le fan di Vasco Brondi sono tutte bellissime, anche quando cantano a squarciagola: "siamo l'esercito del SerF! siamo l'esercito del SerF!" con involontaria contraddizione d'intenti; ma in fondo la bellezza è una scorciatoia che deresponsabilizza il cervello. D'altra parte, il secondo disco delle Luci Della Centrale Elettrica rispetto a Canzoni da spiaggia deturpata non è altrettanto denso di inni generazionali sparpagliati.

Gipi, con L'ultimo terrestre, ha scritto e diretto uno splendido film che racconta la solitudine della periferia di un'Italia che non ci appartiene, usando gli alieni per raccontare l'alienazione che porta solitudine che porta al ri(s)catto interiore per sopravvivere a se stessi.

Sabato, Roma è impazzita. Come Genova dieci anni fa, come è ovvio constatare.
Ma ci sono profonde differenze storico ideologiche a contraddire l'accostamento.
Ci vorrebbe qualche riga di troppo per spiegare cosa non mi convince del tutto nei movimenti degli Indignados, ma basta citare i fine strofa della Canzone Del Maggio, per capire la mia posizione.

martedì 4 ottobre 2011

GIU' IL CAPPELLO.

La prima volta che incontrai il Signor Bonelli mi trovavo al Quark Hotel, infiniti anni fa.
L'opportunità mi fu offerta da una conferenza di Antonio Serra su chissà quale personaggio: forse Gregory Hunter, forse Nathan Never.
Il Signor Bonelli era seduto dietro di me.
Io ero giovane, timido ed emozionato.
Non dissi nulla.

Qualche anno dopo, sempre in Via Lampedusa, mi ritrovai davanti al Signor Bonelli, entrambi eravamo in fila, nei pressi della biglietteria:
- Prego, Signor Bonelli. - Dissi, cedendogli il posto.
- Ah, mi hai riconoosciuto? - rispose con un sorriso sornione e un ben simulato stupore.
- Non potrebbe essere altrimenti: i suoi personaggi mi hanno cresciuto.
- Spero siano stati una piacevole compagnia...
- Talvolta l'unica. - pensai - La migliore che mi potesse capitare - mi limitai a rispondere.

Il terzo incontro avvenne in Via Buonarroti, sede della Casa Editrice: stavo preparando una tesi sui romanzi di Tiziano Sclavi e volevo sapere come muovermi, su quali appoggi e su quali contatti.
Superata la portineria, venni accolto dal Signor Bonelli, credo in procinto di uscire, ed esposi le mie intenzioni. Cercai di sembrare professionale per evitare l'equivoco di passare per un invasato cacciatore di miti.
- Avresti più possibilità di parlare con il Papa che di contattare Tiziano!
- Per questo sono venuto da lei: mi sembra più disponibile del Vaticano a intercedere per me...
Scoppiò a ridere e iniziò a chidermi dettagliatamente di cosa avessi bisogno e quali fossero esattamente i miei progetti di studio e di vita. Ne venne fuori una chiacchierata, con tanto di visita guidata nel tempio di carta della mia adolescenza.
Cercai di restare neutrale e di non sembrare patetico nelle mie emozioni.
Poi il signor Bonelli entrò in un ufficio sulla destra, io, rispettosamente, aspettai sulla porta.
All'interno, dietro la scrivania, c'era quella che qualche tempo dopo si rivelò essere Paola Barbato. Con lei, Mauro Marcheselli: finsi di non riconoscerlo, ma pensai a lui e alla Vita, nei giardini di Via Zamenohf.
Qualche attimo dopo mi venne chiesto un recapito telefonico e, consigliandomi di non crearmi aspettative di alcun tipo, mi venne ventilata l'ipotesi che, forse, sarei stato contattato da Tiziano Sclavi nei giorni successivi.
Il Signor Bonelli, mi accompagnò alla porta, mi raccontò un ultimo aneddoto sulla Casa Editrice prima dell'uragano Dylan Dog, mi strinse la mano e mi fece gli auguri per il futuro.

L'ultima volta che ho visto il Signor Bonelli, avrei voluto dirgli molte cose, e avevano tutte a che fare con il rispetto, la stima e la gratitudine.
Ma al suo funerale c'era davvero tanta gente, molto più legittimita di me alle lacrime e alla memoria.
Ho preferito restarmente rispettosamente in disparte, come sulla porta dell'ufficio di Mauro Marcheselli, sperando di non essere visto, di non offendere nessuno nel ritagliarmi la mia porzione di dolore.

giovedì 14 luglio 2011

LA GENTE NON È IL MESTIERE CHE FA



Ormai, in rete ne parlano tutti.
Dovrei esserne felice, ma, al solito, la sensazione è quella egoistica di essere stato violato nell'intimo.
Dice bene chi dice che iCani raccontano (il linguaggio di) una generazione che ancora non aveva un narratore con la presunzione di onniscienza.
Che poi lo sciroppo abbia quintali di zucchero per non risultare indigesto è la logica conseguenza di una scrittura empatica e universale anche per chi Roma e i giovani romani li vive da lontano.
Il risultato è un elettropop con sfumature new wave e una marcata attitudine lo-fi.
Ma messe da parte le etichette da garage magazine, quel che resta sono testi preziosi per cinismo e consapevolezza nel raccontare stereotipi, abitudini e cliché del popolo indie.
Spietati verso il senso di appartenenza che ne consegue.
C'è una sorta di scaltro opportunismo nel descrivere la propria generazione con distacco e al tempo stesso partecipazione: si espone il fianco a facili estremismi o, peggio ancora, al rischio di risultare parte di quello stesso male che vorresti controllare.
Già.

venerdì 10 giugno 2011

POI MI DISTRUGGO DA ME



Il 2 giugno è uscito il secondo album dei Sindrome Moebius che è in realtà il primo EP dei Julius.
Ne parlo per ovvie ragioni: il primo brano è anche l'ultimo che ho suonato con la band nell'ormai lontano duemilaequalcosa, ho curato il montaggio del videoclip, sono amico di Lorenzo da una quindicina d'anni e per circa la metà di questo tempo abbiamo condiviso note e sudore.
Ma ne parlo anche perché il disco mi piace, senza alcuna pretesa di credibilità, viste le premesse.
E, fortunatamente per i Julius, mi piace molto più del precedente: simile nei suoni ma più omogeneo, essenziale e diretto nell'esecuzione quanto negli arrangiamenti.
Dalla cenere è forse la traccia migliore per liriche e tiro: qualche sottile rimando all'Odio dei JNTP e tanta rabbia, in battere e levare, amplificata da ritornelli di chitarre potenti e cattive.
Verità in pillole, il singolo, veste al meglio l'uniforme di rappresentanza delle atmosfere di un album che alterna potenza e dolcezza.
E infatti c'è anche spazio per la ballata accendini e rimmel nero e se fossero i Despero, Senza peccato sarebbe Crepuscolo, d'altra parte la voce di Lorenzo funziona meglio sulle note lievi e di questo, temo suo malgrado, debba farsene una ragione.

Catalogare nell'indie rock l'intero lavoro è una facile scorciatoia per delinearne un'essenza che poggia le fondamenta su un genere che, salvo eccezioni rare e consolidate nel tempo, non si ascolta più come dieci anni fa.
Perché nella musica, più che negli altri media, la domanda controlla l'offerta.
La cosa, intendiamoci, è tutt'altro che un male.
Ma non fa altro che infierire sul tempo trascorso.

venerdì 20 maggio 2011

I MIEI ALIBI E LE TUE RAGIONI



Senza chiedere niente in cambio, altrimenti si chiama barare e già lo faccio abbastanza spesso con una certa, sofisticata, disinvoltura.
Temo di non essere così bravo come credevo nello scoprirmi quando non dovrei farlo. Sarà l'età. E le ragioni per cui certe cose succedono hanno a che fare con parole troppo preziose per ritornare all'inchiostro di chi non riesce a confidarsi e confrontarsi. Che è poi quello che solitamente sono io.
Mentre quello che siamo noi ora è più o meno un'occasione persa qualche anno fa, ma che dubito essere per qualsiasi altra via raggiungibile.
Bisogna assolutamente far precipitare le cose, perché l'unica possibilità rimasta per sentirti è abbracciarti sotto l'ombrello, con la scusa della pioggia.

lunedì 25 aprile 2011

SCRIVERE È VIAGGIARE SENZA LA SECCATURA DEI BAGAGLI

L'importanza di Emilio Salgari nella mia formazione è enorme, ma talvolta vissuta con un certo imbarazzo, come se l'Avventura fine a se stessa non dovesse appartenermi per coerenza con la maschera che vorrei portare.

Da bambini, la paura del tempo era inversamente proporzionale alla sua percezione: senza alcun senso di colpa si trascorrevano interi pomeriggi con pirati in Malesia, corsari nelle Antille, marinai in Australia e pionieri nel Far West.
Poi, nelle sere d'estate, si scendeva in cortile per giocare con gli amici ad interpretare personaggi e situazioni di cui si era appena letto.
Poco importava se molti dei luoghi raccontati non esistevano, se l'autore non si era mai spostato dall'Italia o se scriveva per urgenze economiche, più che per slancio creativo: i suoi romanzi offrivano a un bambino più alternative al reale dell'Atari 2600 o dei cartoni animati alle quattro del pomeriggio.

Salgari era una figura disperata e senz'appello: figlio e padre di suicidi, suicida egli stesso. Non è difficile, dunque, credere alla stesura originale de Le Tigri di Mompracem, nella quale Sandokan, estratta la pistola, si sparava in bocca lacerato dalla morte di Marianna che, nella vita vera, si chiamava Ida e fu internata in manicomio.
Salgari fu avversato dal clero perché troppo laico, fu sottovalutato dalla critica per via di una certa predisposizione allo stereotipo ed una prosa non particolarmente curata, fu ignorato dagli educatori perché promotore di valori distanti dalla pedagogia dell'epoca; fu anche indegnamente sfruttato dai suoi editori che lo costringevano a ritmi di stesura sovrumani in cambio di compensi inconsistenti.

Cento anni fa, il 25 aprile 1911 si tolse la vita come un eroe dei suoi romanzi, trasformando i boschi fuori Torino nella Giungla Nera e il rasoio da barba in una sciabola affilata: Vi saluto spezzando la penna, scrisse, e a voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali.

venerdì 22 aprile 2011

LENTA RISACCA


Dimartino ha scritto, suonato e cantato un disco splendido, che parla della disfatta di un'intera generazione, la mia, rispetto a quella immediatamente precedente.
Surreale, disilluso, malinconico e arrabbiato: in punta di piedi sulle labbra di Gaetano, Tenco, Graziani e De Gregori.

Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, dando vita al personaggio di René Ferretti, hanno creato la più bella maschera tragica della mitologia moderna, dove per tragedia s'intende la mancanza di alternative: l'incapacità di affrancarsi dalla propria mediocrità.
Che poi Boris - Il film faccia anche, e soprattutto, ridere è soltanto un valore aggiunto.

Morozzi continua a inchiodarmi alla pagina nonostante, altrove, la formula del racconto breve sia troppo spesso una facile scorciatoia.
Spargere il sale diverte e angoscia con la stessa facilità con cui si legge.

Io, invece, nonostante gli sforzi tuttosommato sinceri, non riesco ad alternare, con altrettanta agile insolenza, registri emotivi così antitetici.
E questo potrebbe essere un problema.

martedì 8 marzo 2011

CAMBIO IDEA

Si potrebbe anche parlare un po' più di me, a dire il vero.
Magari cercando di fare a meno di sottotesti e sotterfugi, che hanno sempre più spesso a che fare con la paura piuttosto che con la poesia.
O forse con quel minimo di riservatezza che mi costringe all'ermetismo per essere, paradossalmente, universale.

Forse anche perché non c'è mai molto da aggiungere, è sempre la solita altalena che funzionerebbe bene anche in un film di Spielberg, senza alieni nel cestino della bicicletta, ma l'identica intenzione del volo sospesa tra luna e catene.

La primavera porta voglia di salsedine e lampare, di aria limpida e leggera, di voci d'altra età. Radici.
E l'ansia creativa, e l'inadeguatezza dei se, e la voglia di mentire, di spacciare per mia la felicità di una valigia caduta da un aereo di linea: