Lars Von Trier ha scelto il conformismo della provocazione.
Dopotutto chi fonda il Dogma 95 e poi gira un film come Dogville vuol dire che si diverte un sacco a spiazzare lo spettatore con il suo bluff di classe.
Il punto è che io, impegnandomi neanche poi così tanto, riesco ad essere sufficientemente presuntuoso da intuire con altrettanto anticipo le sue intenzioni.
Senza contare che, ed è bene confessarlo fin da subito, reputo Von Trier abbastanza antipatico da meritarsi ogni singolo fischio che la giuria di Cannes gli ha tributato.
Ma non per questo film.
Con Antichrist siamo dalle parti del dramma esistenziale, prima ancora che dell' horror pornografico con cui astutamente il regista ha piazzato il film nei botteghini.
Si parla del dolore e del piacere. O meglio: del piacere che genera dolore da esorcizzare col piacere che si trasforma in dolore.
Ampio spazio viene dato alla psicanalisi di chi si aggrappa alle razionalità supposte della scienza per sfidare, ma infine subire, l'anarchia malvagia della natura umana fatta di dolore, ansia e disperazione, generate dalla morte e che nella morte trovano logica conclusione.
Un film profondamente misogino, inutile negarlo:
La natura è inevitabilmente malvagia.
La tana della volpe, regina del caos, è un utero.
E la donna è una strega, che come Eva tenta Adamo e come l' Anticristo lo costringe al male. A perdersi. Vittima e carnefice, dalla volontà di colpa e di innocenza, con un' urgenza sadica masochista che la scuote lungo l'intero percorso di redenzione alla coscienza del proprio peccato.
Certo, poi ci sono la fotografia, l'editing, gli eccessi formali e un' estetica preziosa e inarrivabbile.
Ma in Lars Von Trier, mi ripeto, sono ormai conformismo della provocazione.